Iran, impiccato perché era gay

L’uomo aveva 20 anni. Quando era ancora minorenne fu accusato di violenza su tre ragazzini
La sospensione della pena e il ritiro delle denunce non hanno fermato il boia. Inflessibile la legge

Iran, impiccato perché era gay
‘Per la sodomia c’è solo la forca’


<B>Iran, impiccato perché era gay<br />"Per la sodomia c’è solo la forca"</B>‘ src=’http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/esteri/gay-impiccato-iran/gay-impiccato-iran/stor_7047765_14420.jpg’ width=280><!-- fine FOTO1 --> <P><!-- inizio DIDA -->Una manifestazione in favore del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad</P> <P><!-- fine DIDA --></P></DIV><!-- inizio TESTO --><B>TEHERAN </B>– Il presidente iraniano <A href=Ahmadinejad aveva affermato che gli omosessuali non sono perseguitati nel suo Paese ‘perché non esistono’. L’aveva detto durante la visita negli Usa alla Columbia University meno di tre mesi fa. Ma un gay di 20 anni è stato impiccato con l’accusa di violenza sessuale su tre ragazzini quando aveva appena 13 anni. Non è bastata la sospensione dell’esecuzione decretata dalla magistratura e il ritiro della denuncia delle parti civili. Neppure la mobilitazione internazionale è servita per salvarlo. Quella stessa mobilitazione che nell’agosto scorso evitò la pena di morte alla lesbica iraniana a rischio di espulsione dall’Inghilterra, è fallita quando si è trattato di fermare la mano del boia.

Makwan, arrestato sei anni dopo i reati contestati, è salito sul patibolo ieri mattina nel carcere di Kermanshah, nell’ovest dell’Iran. Un’esecuzione frettolosa, secondo quanto scrive oggi il quotidiano Etemad Melli. La famiglia è stata avvertita un’ora dopo perché andasse a prelevare il corpo. E all’impiccagione non era presente nemmeno il suo avvocato, Said Eqbali. Secondo testimoni, dopo essere stato arrestato nella cittadina dove risiedeva, Paveh, Makwan era stato umiliato venendo portato in giro per le strade sopra un asino.

La sodomia è uno dei reati per i quali nella Repubblica islamica è prevista la pena di morte. La legge è ambigua, poiché non vi è discriminante tra la violenza carnale e gli atti consensuali. Diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani, tuttavia, come Human Rights Watch, che ha reso noto il caso di Makwan, hanno denunciato le esecuzioni di giovani condannati solo perché omosessuali. La condanna a morte, inoltre, è applicata in Iran anche nei confronti di minorenni, o di persone che erano minorenni all’epoca dei reati contestati. E questo è il caso di Makwan.


Lo scorso agosto anche il ministero degli Esteri italiano aveva manifestato preoccupazione a Teheran per il fatto che l’omosessualità figurasse tra i capi d’accusa contro alcuni dei molti impiccati, anche in pubblico, nei mesi passati.

Per cercare di salvare la vita di Makwan si era mobilitata nei giorni scorsi in Italia anche l’organizzazione Gruppo Everyone. Ma tutto è stato inutile. Il 15 novembre scorso il capo dell’apparato giudiziario, l’ayatollah conservatore moderato Mahmud Hashemi Shahrudi, aveva sospeso l’esecuzione di Makwan chiedendo un nuovo giudizio. Ma l’impiccagione è avvenuta comunque, in modo evidentemente affrettato.

L’esecuzione infatti, che doveva aver luogo nel Parco Shahid Kazemi di Paveh, dove il giovane avrebbe commesso gli atti contestati, è avvenuta nel cortile del carcere di Kermanshah. ‘Mi avevano detto – ha sottolineato l’avvocato Eqbali – che il riesame del caso avrebbe richiesto due mesi. Invece Makwan è stato impiccato dopo nemmeno un mese’.

Il sospetto è che qualcuno abbia voluto vanificare l’intervento dell’ayatollah Shahrudi, che in passato aveva sospeso anche le esecuzioni di altri condannati minorenni e quella di Kobra Rahmanpur, una ragazza condannata a morte per avere ucciso la suocera dopo anni di soprusi.

(6 dicembre 2007)

Fonte: repubblica.it

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