l’ultimo 8xmille

4/8/2008 (7:45) – L’INCHIESTA
8×1000, più soldi al Molise che al Terzo Mondo
 
Del denaro lasciato dai contribuenti allo stato, in Asia e Africa sono arrivate briciole. E la Chiesa spende in carità solo il 20%
RAPHAEL ZANOTTI
La televisione, dove l’unico spot circolante è quello della Chiesa Cattolica, ci ha abituati a pensare all’8×1000 come a una magnifica occasione per aiutare i derelitti della Terra. Nelle pubblicità compaiono bambini di Paesi poveri, fame e miseria. Far tornare un sorriso su quei volti emaciati è facile: basta apporre una firma sulla dichiarazione dei redditi e si destina una quota dell’Irpef a quelle popolazioni in difficoltà.

Una bella favola. Peccato che resti, appunto, una favola. La Chiesa Cattolica destina solo il 20% di quello che riceve con l’8×1000 per fare della carità (fonte Cei). Il resto lo incamera. Le istituzioni laiche non fanno meglio. Tra il 2001 e il 2006 lo Stato italiano, attraverso l’8×1000, ha destinato all’Africa 9 milioni di euro per combattere la piaga della fame: un quinto di quanto ha dato per la regione Lazio (43 milioni). E pensare che il Continente Nero, con i suoi oltre 800 milioni di abitanti, ha preso più degli altri. All’Asia, 4 miliardi di individui, è arrivato un milione e mezzo: il prezzo di una villa in Sardegna. O se si preferisce un quarto di quanto il governo ha stanziato – prelevandolo dallo stesso fondo – al solo Molise (7,2 milioni di euro). Seguono l’America Centrale con 610mila euro e quella Meridionale con 560mila, poco più e poco meno di 10mila euro all’anno.

E sarebbe andata ancora peggio se nel 2006 tutta la quota statale, ovvero 4,7 milioni di euro, non fosse stata completamente destinata a progetti contro la fame nel mondo. Evidentemente la beneficenza va di moda solo negli spot. Secondo la sezione di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti dal 2001 al 2006 lo Stato italiano ha elargito 272 milioni di euro grazie all’8×1000 degli italiani. Ma se si vanno a guardare le aree di intervento, le differenze sono enormi: 179 milioni (il 66%) sono serviti per finanziare progetti di conservazione di beni culturali; 59 milioni (il 22%) per affrontare calamità naturali; 22 milioni (l’8%) per l’assistenza ai rifugiati; solo il 4% è andato a progetti contro la fame nel mondo.

Una scelta difficile da spiegare, a meno che non si entri nel dettaglio e s’intuiscano alcuni meccanismi che governano la classe politica italiana. Se si scorrono i progetti finanziati nei sei anni presi in esame, si scopre che il 40% circa ha riguardato il restauro di chiese, abbazie, conventi e parrocchie. Un aspetto che non è sfuggito alla Corte che, in adunanza pubblica, ha chiesto conto alla rappresentante del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali di tanti finanziamenti a enti religiosi. La risposta è stata che il patrimonio artistico, culturale, storico e architettonico degli enti religiosi in Italia è di grande eccellenza. Vero, ma la Corte non ha potuto che richiamare alle norme che regolano la distribuzione dell’8×1000 e che parlano di bilanciamento nella scelta dei progetti e di urgenza degli stessi.

La disparità di trattamento, invece, è evidente. Tanto più se si tiene conto di altri dati. I numeri parlano da soli: i 315 milioni di euro attribuiti allo Stato dal 2001 al 2007 impallidiscono di fronte ai 6.546 milioni ricevuti dalla Chiesa Cattolica. È il ritorno dello spot televisivo? I creativi sono bravi, ma non così tanto. A meno che non si voglia annoverare in questa categoria (e il personaggio di sicuro lo merita) anche l’attuale ministro delle Finanze Giulio Tremonti. È sua l’idea del meccanismo di redistribuzione che tanti mal di pancia fa venire ai laici che siedono in Parlamento ma non solo.

Non tutti gli italiani dichiarano a chi deve andare il loro 8×1000. Solo il 40% lo fa scegliendo tra Stato, Chiesa Cattolica, Valdesi, Luterani, Comunità ebraica, Avventisti o Assembleari. E il restante 60%? In altri Paesi, dove la donazione deve rispecchiare una volontà esplicita del contribuente, questa quota rimane allo Stato e quindi a disposizione di tutti. In Italia viene invece ridistribuita secondo le proporzioni del 40%, dove i cattolici vanno forte. Alla fine circa il 90% dell’intero gettito va alla Chiesa. Si tratta di quasi un miliardo di euro all’anno, 991 milioni nel 2007.

E pensare che quando nacque l’8×1000, la sua funzione era quella di sostituire la congrua per il pagamento dello stipendio ai sacerdoti. Lo Stato era anche disposto a mettere di tasca propria il denaro necessario per arrivare alla cifra di 407 milioni di euro nel caso i fondi fossero risultati insufficienti. Oggi gli stipendi dei preti rappresentano un terzo dell’8×1000 che va alla Chiesa, ma nessuno ha mai osato mettere in discussione la cifra, nemmeno la commissione bilaterale italo-vaticana che aveva il compito di rivedere le quote nel caso il gettito fosse stato eccessivo.

Del fiume di denaro che va alla Chiesa Cattolica, la Cei destina il 20% per opere caritatevoli, il 35% per pagare gli stipendi dei 38mila sacerdoti italiani e il resto, circa mezzo miliardo di euro, viene ufficialmente utilizzato per non meglio precisate «esigenze di culto», «catechesi» e «gestione del patrimonio immobiliare». Forse anche per questo lo slogan scelto dai Valdesi per un loro spot radiofonico di qualche tempo fa era: «Molte scuole, nessuna chiesa». La pubblicità in questione è stata vittima di una sorta di censura: per mesi non è stata mandata in onda. Non è l’unica disparità che lamentano le altre confessioni religiose.

Diversamente dai cattolici, infatti, Valdesi, Luterani, Comunità Ebraiche, Assembleari e Avventisti ottengono i fondi (volontariamente sottoscritti dagli italiani) solo dopo tre anni. Alla Cei, invece, lo Stato versa un anticipo del 90% sull’introito dell’anno successivo. Le vie del Signore, in alcuni casi, si fanno scorciatoie. Ma le disparità tra religioni diverse non sono le uniche che si possono riscontrare tra i finanziamenti statali dell’8×1000.

Nonostante i criteri di scelta dicano che, per finanziare i progetti, è necessario tener conto di vari fattori, tra cui anche quello della maggiore o minore popolazione presente sul territorio su cui insiste il progetto, ci sono regioni che paiono baciate dalla fortuna. In sei anni all’Abruzzo sono andati 13 milioni di euro, quanto la Sicilia e la Toscana, e quattro volte l’Umbria (3 milioni di euro). E che dire delle Marche (22 milioni di euro), che ha ricevuto più del doppio di una regione come il Piemonte? Capire perché questo accade è praticamente impossibile.

Il Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio, che si occupa della distribuzione dei fondi, dichiara di aver tenuto conto dei criteri scelti dalla Presidenza, ma anche «della commissione tecnica di valutazione», dei «pareri non vincolanti delle Camere», di imprecisate «indicazioni arrivate da autorità politiche» e dei suggerimenti delle «commissioni parlamentari». Come dire: di tutti. Il risultato è stata la solita guerra tra lobby, che però ha provocato un effetto perverso: l’enorme frammentazione dei finanziamenti.

Se ognuno vuole la sua fetta di torta, per quanto piccola, l’esito è scontato: l’8×1000 si perde in una serie infinita di rigagnoli. Il 78% dei finanziamenti erogati, ovvero tre su quattro, è inferiore a 500.000 euro. Quasi la metà (43,22%) è compreso tra i 100 e i 500 mila euro. Chi dovrebbe evitare tutto questo è la Presidenza del Consiglio. Per legge dovrebbe essere il filtro che dà unitarietà e razionalità agli interventi, ma non accade.

La Corte rileva che i ministeri si rivolgono direttamente al dicastero delle Finanze per i progetti. Questo ha un ulteriore conseguenza: se si elimina la responsabilità della Presidenza del consiglio, chi controlla gli esiti dei lavori? Il regolamento stabilisce che, passati 21 mesi, se questi non sono iniziati, il finanziamento viene revocato. Sarebbe dovuto accadere per esempio per la Chiesa della Martorana di Palermo, per il Complesso di Santa Margherita Nuova in Procida o per la Chiesa di santa Prudenziana a Roma. Non è avvenuto.

Di fronte a questi risultati non stupisce la disaffezione dei cittadini. Nel 2004 il 10,28% dei contribuenti aveva affidato il suo 8×1000 allo Stato. La percentuale è scesa all’8,65% nel 2005, all’8,38% nel 2006 e al 7,74% nel 2007. Forse avranno contribuito le leggi che in questi anni hanno decurtato la quota statale senza tener minimamente conto delle finalità per cui era stato istituito l’8×1000. Nel 2001 sono stati prelevati 77 milioni di euro per finanziare la proroga della missione dei militari italiani in Albania e nel 2004 il governo Berlusconi ha deciso una decurtazione di 80 milioni di euro anche negli anni successivi per sostenere la missione italiana in Iraq. Le decurtazioni dal 2001 al 2007 sono ammontate a 353 milioni di euro, più dei 315 milioni rimasti nel fondo 8×1000. Siamo lontani anni luce dai bambini dello spot in tv.
 
Fonte: lastampa.it

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calearo and co.

A Montecitorio fra novizi
ed ex ministri tornati peones
GIOVANNI CERRUTI
ROMA
E a metà pomeriggio Massimo Calearo comincia a friggere. «Ma dài, così non è possibile. Avrò risposto a duecento domande: com’è il primo giorno da deputato? Una giornata intera per votare tre volte, non si spreca il tempo in questo modo. Dalla prossima seduta mi porto il palmare e un paio di libri». Proprio accanto, stesso Partito democratico, storie ben diverse, c’è Antonio Boccuzzi, l’operaio della Thyssen di Torino: «Anche a me la stessa domanda, non ne posso più. Cosa ho imparato finora? Che visti da vicino, per me che li vedevo in tv, i politici sono diversi. La Russa, ad esempio. Lo pensavo un omone, e invece è piccolo…».

Per i cronisti può essere divertente, per loro no. Scusi, lei chi è? Chi proprio non si diverte sono i perdenti, quelli che sono tornati alla casella di partenza, peones e non più ministri, e stanno mogi agli angoli dei divani, immalinconiti dalla solitudine dei numeri zero. Basta guardare Giovanna Melandri per capire che in Transatlantico si sale e si crolla. Due mesi fa i reporter la inseguivano, adesso è il contrario. «Non credo che tutto possa scorrere come prima», dice lei. Appunto. Vagolano in astinenza da telecamera e si abbandonano nei divani del corridoio. Realacci, Pistelli, Bressa, Migliavacca, Parisi.

Quando arriva Berlusconi, o quando arriva Bossi, il Transatlantico registra qualche fibrillazione. Ci sono i berlusconiani che debbono conquistare un posto accanto al capo, e batte tutti e tutte Barbara Mannucci, la biondina sponsorizzata da Marcello Dell’Utri. Con Bossi ci sono i nuovi parlamentari, tutti in cravatta verde, mica come i veterani leghisti che si limitano al fazzolettone. E’ di Gianluca Buonanno, l’ex sindaco di Varallo Sesia reclutato dalla Lega, la prima incursione meditata per un’ora: una bottiglia di whisky per Walter Veltroni, «bevi, così potrai dimenticare». Ma Veltroni è anche astemio.

Beati i senatori, dicono dal Transatlantico. Mezza giornata, hanno eletto presidente Schifani, pratica evasa e saranno già in aereo per il ritorno a casa. A Palazzo Madama, al loro arrivo si son trovati Giulio Andreotti a dirigere l’aula. Quando è nato il più giovane dei senatori, il leghista di Cuggiono Massimo Garavaglia, era il 1968: Andreotti era ministro dell’Industria nel terzo governo Moro. Ma hanno trovato pure una Cicerona volonterosa, cosa non si fa per dare il benvenuto ai nuovi Padri della Patria, specie se hanno vinto. «Ecco, vede laggiù? Laggiù c’è la sala stampa…». Era Anna La Rosa, la signora di «Telecamere».

Ma è nel Transatlantico di Montecitorio che c’è più viavai. In un angolo parlottano Veltroni e Fassino. In un altro D’Alema e il giovane Colaninno. S’interrompono quando c’è da rientrare per il voto, e Roberto Maroni va al suo posto con un asinello di peluche in tasca, il suo portafortuna. E’ cambiata, l’aula. Ora che la sinistra non c’è più, è scivolata proprio da quella parte. D’Alema si ritrova al posto di Oliviero Diliberto, Rosy Bindi in quello di Vladimir Luxuria. Sui banchi della pattuglia radicale hanno messo delle medagliette d’argento con la Madonna, i sospetti finiscono sui teodem di Paola Binetti, è sempre meglio benedire.

Come dice Calearo, «qui il tempo non passa mai». C’è Renato Farina, il giornalista inguaiato nell’inchiesta milanese sul Sismi, portato alla Camera da Berlusconi in persona, che ripete a chiunque la sua buona fede. Ha un paio di occhiali con vezzosa montatura blu, e racconta d’aver appena sentito al telefono il pm dell’indagine, Armando Spataro: «Mi ha fatto gli auguri per il nuovo lavoro». Un altro giornalista, Andrea Sarubbi, racconta il suo miracolo. «Presentavo su Rai1 ”A Sua Immagine”, la messa della domenica mattina, ma avevo la vocazione della politica ed è passato il treno». Più che un treno la telefonata di Veltroni.

Nell’attesa della terza e inutile votazione c’è da provvedere alle incombenze più svariate. Ad esempio, come sarà la nuova formazione della Nazionale dei parlamentari? Non c’è più Augustone Rocchi, la saracinesca di Rifondazione. E nemmeno l’uomo spogliatoio, Salvatore Buglio. Neanche le punte, il verde Tommaso Pellegrino e l’ex An Marco Airaghi. Resta Daniele Marantelli, il numero 10, Pd eletto a Varese. L’hanno pure votato come presidente della Camera, forse i tifosi, ma è in ambasce. Proprio Antonio Boccuzzi («mi sono letto tutti i giornali») ha notizie inquietanti: «Pare che il vostro ct Carolina Morace si vada ad allenare negli Usa».

Il cortile di Montecitorio è sempre pieno, qui abitano i viziosi, i dipendenti da tabacco o da telecamera, o si fuma o si danno interviste e la chiacchiera si è spostata dalla buvette a queste panchine. Hai visto, ci sono ben due leghisti con l’orecchino. Hai visto la Di Centa, quella che faceva sci di fondo: è vestita di nero lucido, sembra la Pivetti in tv. Calearo spegne la sigaretta e scruta lo spicchio di cielo. Ha già capito da dove può venire il pericolo, dai piccioni. Ne passa uno e Paolo Bonaiuti, in diretta su Rai2, a momenti si ritrova la giacca di velluto nero con una bella macchia. Peccato per lui, dicono che porti fortuna.
fonte: la stampa.it

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novità alla camera e al senato

IL LIBRO

Le Camere dei figli


<B>Le Camere dei figli</B><br />‘ src=’http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/camere-riaprono/figli-parlamento/lapr_12828515_38210.jpg’ width=230><!-- fine FOTO1 --> <P><!-- inizio DIDA -->Matteo Colaninno<!-- fine DIDA --></P></DIV><!-- inizio TESTO --><I>E’ in uscita</I> <A href=‘Onorevoli figli di, I parenti, i portaborse, le lobby: istantanea del nuovo Parlamento’ Rinascita edizioni di Danilo Chirico e Raffaele Lupoli. Pubblichiamo stralci del capitolo sui figli.

‘Non possiamo avere un Paese che, quando andiamo a vedere le liste elettorali, sono tutti figli di’. Luca Cordero di Montezemolo era ancora presidente di Confindustria quando, da buon manager legato alle famiglie più influenti del capitalismo italiano, prima del voto ha voluto ribadire l’importanza della meritocrazia e della concorrenza in tutti i campi, anche nella politica. ‘Sin dalla prima elementare – ha spiegato – chiunque deve poter andare avanti se è capace, indipendentemente da come si chiama’. Gli si potrebbe replicare che dipende anche da dove uno frequenta le elementari. E se ci va accompagnato dall’autista di papà o a piedi con la mamma disoccupata assieme agli altri tre fratelli. (…) Essere figli di non è reato e non è per forza sinonimo di incapacità e privilegio: per fortuna c’è anche chi eredita passione e competenza. Anche se non sempre è possibile distinguere se e quanto il successo, nella professione o nella politica, dipenda dal saperci fare o dal peso del genitore di turno.

Maria Paola Merloni, ad esempio, è laureata in Scienze politiche ed è un’imprenditrice. A 45 anni ha al suo attivo già due anni da deputato della Margherita, poi Pd. Prima di arrivare in politica è stata presidente di Confindustria nelle Marche e le sue parole d’ordine sono ‘innovazione e competitività’. Nonostante abbia mostrato sul campo le sue doti, il suo nome lo si trova per forza di cose associato a quello del padre Vittorio, fabrianese patron della Indesit elettrodomestici e presidente di Confindustria dal 1980 al 1984. Durante la scorsa legislatura sulla prima dei quattro figli dell’industriale, membro peraltro della commissione Attività produttive, si è abbattuto un sospetto di conflitto d’interesse quando si è trattato di votare sugli incentivi all’acquisto degli elettrodomestici ecologici. (…)


Per rimanere nel ramo (figli e rottamazioni) passiamo a Matteo Colaninno, esordiente in Parlamento ma alle spalle una carriera da manager che fa spavento se rapportata ai suoi 38 anni. Prima di annunciare il suo sì a Veltroni (era capolista in Lombardia 1) si è dimesso dalla carica di presidente nazionale dei Giovani imprenditori, di vicepresidente di Confindustria e di membro del consiglio d’amministrazione del Sole 24 Ore. (…)

Matteo è il numero due dell’impresa guidata da Roberto Colaninno, il gruppo Piaggio: 7.200 dipendenti, 7 stabilimenti e attività commerciali in oltre 50 paesi. La sua visione sul ruolo di operai e imprenditori nel paese è la stessa più volte espressa da Walter Veltroni: ‘Oggi anche le imprese non sono necessariamente soggetti forti – ha detto Colaninno all’apertura della campagna elettorale – . Bisogna capire che azienda e lavoratori devono fare parte dello stesso progetto perché il mercato non è più l’orto di casa o il confine domestico ma il mondo’. (…)

Tanti imprenditori è vero, ma qualche rampollo della politica non se lo è fatto sfuggire neanche Silvio Berlusconi, nonostante un solenne annuncio dallo studio di Porta a porta, quando in apertura di campagna elettorale disse: ‘Nel Pd hanno messo dentro le segretarie, i portaborse e anche i figli e le figlie di. Una cosa che, posso assicurare, noi non faremo’.

Fra i banchi di Montecitorio però siede anche stavolta Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco. L’ex presidente picconatore che l’8 aprile, dopo aver confermato i buoni rapporti con il Cavaliere (‘non l’ho mai votato, ma sono amico suo e delle sua famiglia’), ha regalato uno ‘scoop’ alla giornalista del Piccolo che lo intervistava: ‘Sarò il testimone di nozze della figlia di Berlusconi, Barbara – ha detto – E sa chi mi ha scelto? Barbara’. Amicizie di famiglia a parte, l’onorevole Cossiga figlio, 44enne ingegnere aeronautico, era vice-coordinatore sardo di Forza Italia e la scorsa legislatura faceva parte della commissione Difesa di Montecitorio.

(…)

Per restare ai politici figli di politici, torna in Parlamento anche Enrico Costa, figlio dell’ex ministro Raffaele, liberale finito nel Pdl, autore dei libri L’Italia degli sprechi e L’Italia dei privilegi e propugnatore della fine dei poteri speciali a regioni e province autonome. Oggi il padre presiede la provincia di Cuneo, mentre il figlio, deputato con il Pdl, ne segue le orme a Roma. Meno noto, ma altrettanto ‘figlio’ il teramano Paolo Tancredi, 42 anni: suo padre è l’ex parlamentare della Dc Antonio Tancredi. Eletto al Senato nelle truppe berlusconiane ha lasciato la carica di consigliere regionale nel suo Abruzzo.

Stessa eredità e stesso partito per Mauro Pili, figlio di Domenico, so******ta di Iglesias che abbandonò la politica dopo una condanna per tangenti. Il giornalista ed ex (giovanissimo) presidente della Regione Sardegna (famoso il suo discorso d’insediamento in cui citava cifre e dati relativi alla Lombardia), in campagna elettorale ha attraversato la sua regione a bordo del ‘treno della libertà’.

Alla stazione Montecitorio Pili si è ritrovato seduto qualche posto più in là un altro figlio riconfermato, il responsabile Mezzogiorno di Forza Italia ed ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto da Maglie, Lecce. Anche suo padre Totò, democristiano di razza e concittadino (ma avversario nel partito) di Aldo Moro, è stato alla guida della Regione. Purtroppo è morto in un incidente stradale nel 1998, prima di coronare il suo sogno di candidarsi all’Europarlamento l’anno successivo, ma il giovane Raffaele, oggi 38enne, ne ha raccolto bacino di voti e voglia di gettarsi nell’agone.

A 33 anni (è nata il 23 ottobre del 1974) è al suo terzo mandato anche Chiara Moroni, figlia del parlamentare so******ta Sergio, che si tolse la vita dopo che fu coinvolto nello scandalo di Tangentopoli. Dopo la morte del padre Chiara ha militato nella Federazione giovanile so******ta e, aderendo al Nuovo Psi, si è candidata con la Casa delle Libertà alle politiche del 2001. Nel 2004 è stata al centro di roventi polemiche, scaturite dalle esternazioni dei deputati leghisti Alessandro Cè e Dario Galli, che avevano dichiarato: ‘Ci sono persone abbastanza giovani, che stanno qui non si capisce per quali meriti’, alludendo chiaramente alla Moroni e ai partiti della Prima Repubblica (fra cui quello so******ta), che la Lega ha spesso criticato.

L’avvocato e poi magistrato militare Daniela Melchiorre, classe 1970, il 18 maggio 2006 è stata nominata sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi. ‘Il governo di centrosinistra sarà fondamentale nel portare un miglioramento nella giustizia in generale. Si lavorerà in tutte le direzioni indicate da presidente del Consiglio’, aveva dichiarato subito dopo la nomina. Prima di allora affiancava alla professione l’attività di vicesegretario regionale della Margherita in Lombardia. Gianni Barbacetto nel libro Compagni che sbagliano racconta che nel curriculum scritto da lei stessa, tra i meriti di studio e professionali, compare anche un’altra utile indicazione: ‘Figlia del generale della Guardia di finanza Melchiorre e nipote del cardinale Bovone’. Una voce quantomeno originale, ma facile da valutare.
(…)

Insospettabili le origini familiari di Maria Eugenia Roccella, neo-deputata del Pdl. Giornalista e saggista con una laurea in lettere e un dottorato di ricerca alla Sapienza, Eugenia è figlia di Franco, uno dei fondatori del Partito radicale e anima dell’Ugi, Unione goliardica italiana. A lui si deve il motto dell’associazione che annoverava fra i suoi adepti Marco Pannella e Lino Jannuzzi: ‘Goliardia è cultura e intelligenza, è amore per la libertà e coscienza della propria responsabilità’.
(…)
Se, insomma, il Popolo delle libertà non può scagliare la prima pietra, è vero anche che il Partito democratico è stato il più criticato in campagna elettorale per la sua eccessiva attenzione alla genealogia. La medaglia d’oro per la specialità va senz’altro a Daniela Cardinale, giovane figlia dell’ex ministro delle Poste e telecomunicazioni Salvatore. (…)

Sul banco degli imputati con l’accusa di essere ‘figlia di’ è finita anche Marianna Madia, che rivendica con fierezza un’affermazione per la quale era stata criticata da più parti: ‘Porto in dote tutta la mia straordinaria inesperienza’. E spiega che la sua candidatura ‘dimostra che c’è una rivoluzione in corso’. Ma di lei in campagna elettorale si è detto soprattutto che è sveglia e amica dei potenti. Per sua stessa ammissione la parlamentare romana, classe 1980 ‘secchionissima’ laureata con il massimo dei voti, deve dire grazie a chi le ha consentito di arrivare al posto di capolista nel Lazio: dal ‘maestro di vita’ Giovanni Minoli a Enrico Letta, ‘che ad una ragazzina non ancora laureata ha dato la possibilità di entrare all’Arel’, il Centro studi economici promosso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

E ovviamente a Walter Veltroni, a cui è bastato un colloquio dopo la segnalazione degli altri due padrini per decidere. ‘L’ho visto due volte in vita mia – si schermisce Marianna – Venne al funerale di mio padre. Tre anni e mezzo dopo mi ha telefonato per propormi la candidatura.

Il padre di Marianna, Stefano Madia, era giornalista professionista. Poi decise di iscriversi a un corso di recitazione e Dino Risi lo scritturò per il film Caro papà che gli fruttò un premio come miglior attore non protagonista a Cannes. ‘Poi torna al suo lavoro – racconta la figlia – Ma da precario: programmista-regista in Rai. Lavora a Porta a porta, poi a Mixer, quindi fa causa alla Rai. Dopo dieci anni, due mesi fa ho ricevuto la sentenza: il giudice ordina assunzione e reintegro con giusta mansione. Perciò, in Parlamento, lo giuro: di due cose, certamente, mi occuperò. La lentezza della Giustizia e il dramma del precariato’.

‘La candidatura come capolista di Marianna Madia mi convince come donna e come democratica. E le parole di Marianna mi convincono ancor più che la strada del rinnovamento è davvero iniziata’. Sarà solidarietà filiale, dato che Franca Chiaromonte, senatrice eletta in Campania, è figlia di Gerardo, parlamentare e dirigente comunista, numero due del partito ai tempi di Berlinguer. (…)

Ritrova il suo posto al Senato anche Sabina Rossa, 45 anni, insegnante e sindacalista: eletta nel 2006 nelle file dell’Ulivo torna a Palazzo Madama dopo l’elezione in Liguria, dove era sesta in lista. Suo padre Guido nel ’79 è stato giustiziato da un commando delle Brigate Rosse in un’esecuzione che segnò l’inizio della loro fine. L’attentato era stato deciso per punire il sindacalista della Fiom-Cgil che aveva voluto denunciare l’infiltrazione in fabbrica di un brigatista sorpreso a sistemare volantini terroristici.
(…)
Con Sabina Rossa, Giovanni Bachelet ha in comune il tragico destino del padre. E anche lui è stato eletto con il Partito democratico alla Camera. Le sue ricerche come fisico della materia hanno ottenuto il prestigioso traguardo di circa quattromila citazioni: ora lo scienziato arriva in un Parlamento che nella sua storia ne ha annoverati davvero pochi. (…)

Segno Pd ascendente Dc anche per Francantonio Genovese, messinese avvocato figlio del senatore Luigi e nipote del pluriministro Nino Gullotti, entrambi dello scudo crociato. L’ex deputato regionale e sindaco di Messina ‘decaduto’ è segretario siciliano del partito ed è stato eletto alla Camera nel collegio Sicilia II (terzo in lista). Da primo cittadino della sua città, nel 2007 il neo parlamentare è stato travolto, assieme all’intero consiglio comunale, dall’annullamento delle elezioni che lo avevano eletto nel novembre 2005. Il Consiglio di giustizia amministrativa ha accolto il ricorso di un suo contendente alla poltrona di sindaco, Antonio Di Trapani, e della lista del Nuovo Psi di De Michelis, esclusi dalla competizione.

Esordio in Parlamento anche per Roberto Della Seta, romano classe 1959, responsabile Ambiente del Pd eletto al Senato in Piemonte. (…) Prima del ‘salto’ era presidente nazionale di Legambiente, dove era entrato da obiettore di coscienza e ha lavorato per oltre dieci anni. Laureato in Storia dei partiti politici, giornalista, è autore di saggi su vari temi di storia contemporanea: l’ultimo è il Dizionario del pensiero ecologico, il primo è I suoli di Roma, scritto a quattro mani con suo padre Piero, urbanista, saggista ed ex assessore nella capitale dal 1976 al 1983 nelle gloriose giunte Petroselli e Argan. (…)

Giuseppe Berretta, eletto in testa alla lista Pd nel collegio della Sicilia orientale, ha ereditato dal padre due carriere: quella accademica e quella politica. Prima di arrivare a Montecitorio il 37enne avvocato e docente di Diritto del lavoro all’università Kore di Enna, è stato consigliere comunale all’opposizione di Scapagnini, che ora ritroverà in Parlamento, e segretario dei Ds a Catania. Il padre è Paolo Berretta, vicesindaco ai tempi di Enzo Bianco, docente universitario da sempre impegnato in politica, scomparso nel 2006.

Candidata numero 18 al Senato per il Pd in Lombardia c’era anche Ludina Barzini, giornalista, nipote di Luigi Barzini senior, figlia di Luigi Barzini jr, ha raccontato alcune vicende della sua famiglia in Barzini, Barzini, Barzini (Rizzoli 1986). E’ è stata anche assessore alla cultura al Comune di Milano. Assieme a candidature di bandiera come quella della Barzini, Pd e Pdl hanno candidato anche alcuni giovani dai natali parlamentari verso il fondo delle liste. Sono ragazzi che sulla scorta dell’esperienza paterna intraprendono la formazione alla dura scuola della campagna elettorale.

Per sostenere Veltroni, ad esempio, ha cominciato a farsi le ossa Gennaro Diana figlio di Lorenzo, ex senatore proveniente dalle difficili terre di Casal di Principe, in provincia di Caserta, in Parlamento dal 1994 al 2006. Dopo tre legislature nelle fila dei Ds e in commissione Antimafia, oggi è membro dell’assemblea nazionale del Pd. Il giovane figlio era numero 26 in Campania 2. Candidatura di servizio, si dice in gergo.

Nelle truppe berlusconiane è stato invece eletto Antonino Salvatore Germanà, nato a Messina nel 1976 e piazzato al decimo posto in Sicilia 2. Conquistando quel seggio che tra Camera e Senato il padre Basilio occupava per Forza Italia dal ’94 (fu lui nel 2002 a proporre una provincia autonoma per le isole minori: 53 in tutto). Per la candidatura è perfino entrato in competizione con l’assessore regionale uscente alla Cooperazione Nino Beninati. Per volare a Roma il 32enne deputato ha lasciato ben volentieri la poltrona alla Provincia di Messina, dove era assessore alla Pubblica istruzione. Le sedie che occuperà nella capitale hanno tutto un altro fascino.

Invece è un capitolo a sé l’eterno match tutto interno alla famiglia Craxi. Il botta e risposta a distanza ha toccato il punto più caldo a metà marzo, quando Michele Vittorio detto Bobo Craxi si è armato di carta e penna e ha scritto a sua sorella: ‘Cara Stefania, stai nel posto sbagliato’. Il capolista per il Partito So******ta in Lombardia 1 e 3 ha reagito così all’iniziativa dal titolo ‘I riformisti craxiani e il Partito popolare europeo’, svoltasi a Milano ad opera del movimento Giovane Italia di Stefania Gabriella Anastasia, meglio conosciuta come Stefania Craxi. L’operazione è chiara: la sorella maggiore era candidata del Popolo delle libertà (è stata eletta nella circoscrizione Lombardia 1). E nella formazione guidata da Silvio Berlusconi ha voluto portare con sé l’ingombrante bagaglio del craxismo, quello che fa riferimento a suo padre Bettino. Le urne hanno dato ragione a lei.

Tra non eletti anche il senatore Alessandro Forlani, figlio dell’Arnaldo del famigerato Caf (il trio Craxi Andreotti Forlani), sul quale l’Unione di centro riponeva le speranze di ottenere un seggio al Senato nelle Marche. Alessandro Forlani ha seguito fin dai tempi del Ccd le vicende politiche di Pier Ferdinando Casini, ritenuto unanimemente l’erede politico più diretto di Forlani padre. Il quale però avrebbe preferito che Berlusconi e Casini non fossero arrivati alla separazione. Poi si è rassegnato, visto che il dissenso tra Pier e Silvio è precipitato in lite. ‘Dico la verità, non mi aspettavo che, dopo aver fatto il patto con Fini, Berlusconi fosse così drastico con Casini’. Una chiusura che a pochi giorni dal voto ha portato papà Arnaldo a dichiarare la sua preferenza: ‘Credo che le suggestioni e la retorica di un certo presidenzialismo abbiano reso la politica italiana meno democratica’ e dunque va incoraggiata ‘la scelta dell’Udc di presentarsi da sola’. Sarà mica perché era in gioco la rielezione del figlio? (…)

Rimane invece al Parlamento europeo Claudio Fava, 51enne figlio del direttore de I Siciliani Giuseppe, ucciso dagli uomini del clan Santapaola nel 1984. Dal padre Claudio ha ereditato molte passioni, a cominciare dal mestiere.

Nel nuovo Parlamento poteva sedere con tutta tranquillità tra i banchi del Partito democratico, ma ha preferito fare il capolista con poche speranze per la Sinistra arcobaleno. Il motivo? ‘Mi sarei ritenuto pazzo a candidarmi capolista al Senato per il Partito democratico, avendo alle mie spalle, nella stessa lista, Mirello Crisafulli’ ha detto Fava. Che all’affermazione di Casini sul fatto che ‘non è giusto che le liste le faccia la magistratura’ ha replicato: ‘Infatti le liste dell’Udc le ha fatte Casini. Solo lui poteva ricandidare capolista al Senato un signore, Cuffaro, condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici’. E non ha risparmiato neanche Lombardo: ‘È un Cuffaro fresco di lavanderia’.

(30 aprile 2008)

fonte: repubblica.it

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questo ci governa

Il laureato


‘Di Pietro? Con una grammatica come la sua, c’è da credere che la sua laurea non sia altro che un titolo fornito dai servizi segreti’ (Silvio Berlusconi, Corriere della sera, 27 marzo 2008)

‘L’intendenza seguirà, come disse De Gaulle’ (Silvio Berlusconi durante l’interrogatorio davanti al pool di Milano, 13 dicembre 1994. Peccato che il motto fosse di Napoleone Bonaparte).

‘Sarò lieto di venire e di incontrare papà Cervi’ (Silvio Berlusconi a ‘Porta a Porta’, 7 ottobre 2000. Peccato che il padre dei fratelli Cervi fosse morto da trent’anni).

‘In questo luogo, il caso ha voluto che passasse Enea in fuga con il padre Anchise, fondasse la città di Lavinia e desse il via a una dinastia dalla quale poi nacquero Romolo e Remolo’ (Silvio Berlusconi al vertice Nato di Pratica di Mare, 29 maggio 2002).
‘Questa è una mia prorogativa’ (Silvio Berlusconi, 16 maggio 1994).

‘L’Italia deve organizzare una tax force’ (Silvio Berlusconi, 9 giugno 1994)

‘Una mia condanna sarebbe un atto teso a sovvèrtere l’ordinamento dello Stato’ (Silvio Berlusconi, 1° dicembre 1994).

‘… una legge elettorale che in qualche modo soddisfasse le esigenze…’ (Silvio Berlusconi, 23 gennaio 1996).

‘Credo che debbo guardare solo all’interesse del Paese’ (Silvio Berlusconi a La Stampa, 29 gennaio 1996).

‘Se io fossi libero e non avressi queste responsabilità di governo…’ (Silvio Berlusconi, 3 dicembre 2002).

‘Paolo di Tarso era un grande filosofo greco’ (Silvio Berlusconi a ‘Porta a Porta’, 11 gennaio 2006. In realtà San Paolo era un ebreo nato in Cilicia).

‘Veltroni è stato folgorato come San Pietro sulla via di Damasco’ (Silvio Berlusconi, 4 aprile 2008. Per la cronaca, sulla via di Damasco fu folgorato San Paolo).

‘Il partito o gruppi di partiti apparentati che ottiene anche un solo voto in più… La tragedia di Napoli e della Campania, sommerse dai rifiuti, hanno gravemente compromesso…’ (dalla lettera inviata agli elettori da Silvio Berlusconi, 6 aprile 2008).

‘Simul stabunt, simul cadunt’ (Silvio Berlusconi, 21 novembre 1997. Ma il futuro del latino ‘cadere’ è ‘cadent’).
‘La storia ci insegna che ‘senatores probi viri’… e non dico il resto’ (Silvio Berlusconi, Ansa, 19 marzo 2003. Purtroppo il detto latino è ‘senatores boni viri, Senatus mala bestia’).
‘Il mio latino é abbastanza buono: credo che potrei anche andare a pranzo con Giulio Cesare’ (Silvio Berlusconi, Bbc, 6 aprile 2008)

(9 aprile 2008)

fonte:repubblica.it

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ci meritiamo tutto questo?

POLITICA

Molti gli esclusi eccellenti, soprattutto tra i candidati dei piccoli partiti
Tra i volti nuovi Calearo, Colaninno, Ciarrapico e il generale Speciale

Via De Mita, eletto Cuffaro
Come cambierà il Parlamento

di ANDREA BETTINI


ROMA – Fuori l’ottantenne Ciriaco De Mita il cui abbandono polemico del Pd, che non lo voleva candidare, non è servito a nulla. Dentro Pina Picierno, la 23enne che il Pd ha candidato al suo posto. Fuori ministri e volti noti della sinistra radicale, dentro l’ex comandante della Guardia di Finzanza Roberto Speciale e la moglie di Emilio Fede. Ed ancora ex starlette televisive e la pasionaria leghista di Lampedusa. Oltre a figlie e fratelli di nomi noti da anni. Per finire con Jean Leonard Touadi, il primo candidato di colore che approda alla camera sotto le bandiere del Pd. A scrutinio concluso, è la composizione delle prossime camere a solleticare la curiosità degli osservatori.

Terra bruciata a sinistra. Il presidente uscente della Camera Fausto Bertinotti e gli ex ministri Fabio Mussi e Alfonso Pecoraro Scanio sono solo alcune delle vittime illustri del crollo della Sinistra Arcobaleno. Insieme a loro rimarranno fuori dalle aule parlamentari anche Rita Borsellino, l’ex presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione, Vladimir Luxuria e l’ex leader no global Francesco Caruso. Stessa sorte anche per il candidato premier del Partito so******ta, Enrico Boselli.

Pd e Idv, eletti i big. Nessun problema per i principali candidati del Pd e dell’Italia dei valori. Oltre ai volti noti provenienti da Ds e Margherita e a quelli del partito di Di Pietro, approdano in Parlamento anche l’industriale Matteo Colaninno, Umberto Veronesi, Sergio Zavoli, l’ex prefetto Achille Serra, la giovane Marianna Madia, l’operaio della Thyssen Antonio Boccuzzi e la 26enne Pina Picierno, candidata in Campania al posto di Ciriaco De Mita. Eletto, in un Veneto che ha però confermato la sua netta preferenza per il centrodestra, anche l’imprenditore Massimo Calearo. Che ostenta ottimismo:Non mi sembra un cattivo risultato. Abbiamo iniziato, mattone dopo mattone, a demolire il muro di diffidenza attorno al Pd, anche se non lo abbiamo ancora sbriciolato’. Niente da fare invece per Mirko Lami, l’operaio di un’acciaieria di Piombino che aveva anche ospitato a pranzo Walter Veltroni durante il suo tour elettorale, e per Nuccio Cusumano, l’ex senatore dell’Udeur che ruppe con Mastella per salvare Prodi e fu preso a insulti e sputi da Tommaso Barbato. Anche per quest’ultimo, candidato in Campania dall’Mpa, non ci sarà posto a Palazzo Madama. Spazio anche per due parenti ‘eccellenti’: Daniela, la figlia dell’ex ministro alle Comunicazioni Totò Cardinale.

Pdl: dentro Ciarrapico, out Nino Strano. La vittoria alle elezioni ha ridotto al minimo la pattuglia degli esclusi eccellenti tra le file del Pdl. Non ci sarà Nino Strano, il senatore di An che festeggiò in aula con mortadella e spumante la caduta del governo Prodi. Fuori anche l’ex vicedirettore di Libero Renato Farina, che era candidato alla Camera. Dentro Anna Maria Bernini, legale della vedova di Luciano Pavarotti.

Tra i nuovi onorevoli spiccano Michela Vittoria Brambilla, che entrerà alla Camera come l’ex numero uno della Croce rossa Maurizio Scelli e l’ex generale della guardia di finanza Roberto Speciale, e, al Senato, l’imprenditore Giuseppe Ciarrapico, sulla cui candidatura a senatore era nata una forte polemica in campagna elettorale. Elette anche l’ex campionessa di sci di fondo Manuela Di Centa, l’ex conduttrice televisiva Gabriella Carlucci e Mara Carfagna. Eletta anche la giornalista Diana de Feo, moglie del direttore di TG4 Emilio Fede. Mentre dal profondo sud, la pasionaria leghista Angela Maraventano, vice sindaco di Lampedusa, si accinge a fare il grande salto in Parlamento. A Montecitorio arriva anche Umberto Scapagnini, farmacologo e medico personale di Berlusconi, che per candidarsi per il Pdl nella circoscrizione Sicilia 2 si è dimesso anzitempo dalla carica di sindaco di Catania. Dalla Sicilia al parlamento ecco arrivare il fratello del nuovo governatore siciliano Raffaele Lombardo.


L’Udc salva i leader, niente da fare per la Destra. Per l’Unione di Centro, in una pattuglia parlamentare ridotta al minimo, ci sarà l’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, mentre è stato escluso Luca Volontè. Alla Camera, comunque, ci saranno i principali esponenti del partito: Rocco Buttiglione, Pier Ferdinando Casini, Lorenzo Cesa, Savino Pezzotta e Bruno Tabacci. Out invece tutti i candidati della Destra, vittime delle soglie di sbarramento imposte dalla legge elettorale. In aula non si vedranno quindi né Francesco Storace né Daniela Santanchè.

Candidati-premier esclusi
. L’esclusione della leader della Destra non è un’anomalia: solamente tre candidati premier (Berlusconi, Veltroni e Casini) sono riusciti a conquistare un posto in Parlamento. Tra i più delusi c’è sicuramente Giuliano Ferrara, che con la lista ‘Aborto no grazie’ ha ottenuto un misero 0,37% dei voti alla Camera: ‘L’Italia mi ha spernacchiato’, è stato il suo commento.

(15 aprile 2008)
fonte:repubblica.it

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Gli evasori

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Liste, lacrime e paura

Questo articolo è stato scritto da Mattia Feltri (http://it.wikipedia.org/wiki/Mattia_Feltri).
 
Esclusi e new entry
MATTIA FELTRI
ROMA
C’era Gianni Rivera che ha dovuto compilare ventisei moduli e poi l’hanno lasciato fuori dalla squadra dell’Ucd-Rosa Bianca. C’era Luigi Casero, del Pdl, che ha dovuto litigare per delle mezzore con gente che in lista, al numero trentasei, non ci voleva stare: almeno al ventotto o al trentatré, ché in caso di autobomba al Senato si mantengono possibilità di sostituire i defunti. C’era Silvio Berlusconi che a una tirata del genere, a far notte perché i conti quadrassero, non si vuole sottoporre più. C’erano i poveracci senza nome incolonnati davanti alle stanze delle somme decisioni, sedicenti portatori di decine di migliaia di voti, e messi alla porta sbrigativamente. Estenuante e drammatico. Il povero Guido Crosetto è svenuto due volte mentre trattava pugni sul tavolo con Sandro Bondi per conservare i piemontesi candidati in Piemonte, e mentre lo rianimavano, e gli chiedevano se servisse l’ambulanza, mormorava: no, e che si sappia quanto mi sono battuto.

Una cosa così, mai più. Sciagura se sei dentro, sciagura se sei fuori. Gerardo Bianco, escluso coi suoi fedeli da quelli di Pierferdinando Casini, ieri aveva un filo di voce: «Lo hanno fatto per mettere dentro il nipote di De Mita». E cioè Giuseppe, passato dal Pd al centro per seguire lo zio. «Sono stato ingannato. Hanno prevalso le logiche dei pretoriani», ha detto l’ex capogruppo in commissione finanze dell’Udc, Maurizio Eufemi. Ma bisognerebbe mettersi nei panni della povera Daniela Cardinale, ventisei anni, figlia di Salvatore, ministro delle Telecomunicazioni con Giuliano Amato. «Non mi sono mai occupata di politica», ha detto dopo essere stata prescelta dal Pd, ma la politica la pratica da quando, aveva cinque anni, vide sventolare le bandiere della Dc. Tutti le hanno riso dietro. Lei ha pianto per un po’ finché un’amica non le ha detto: «E piantala. Sempre meglio figlia di che amante di».

Sono i dolori del rinnovamento. Marianna Madia, pure ventiseienne, capolista nel Lazio con Walter Veltroni, comincia ad assaporarli. Le si attribuiscono altolocate storie d’amore, e quando la intervistano – è successo in un servizio della Rai durato tre quarti d’ora – poi mandano in onda un minuto e mezzo perché lei, programmaticamente, si propone di salvare il mondo. E perché, sorridendo stupefatta, indica in Walter il suo modello fra i modelli. Colpe dell’inesperienza. E a Maurizio Gasparri viene naturale mettere in pista il suo lato più ruspante: «Il Pd candida sciampiste». La Madia si offende. «Che male c’è?», si chiede impermalita Donatella Poretti, nel Pd in quota radicale, per avere trascorsi nel ramo come rappresentante di prodotti per parrucchieri. E’ vero: per le donne è peggio. Si prenda Pina Picierno, altra ragazza di ventisei anni, bella figlia della Campania dove Veltroni l’ha messa capolista; anche qui si parla di nepotismo perché lo zio Raffaele è sindaco di Teano, il padre Salvatore è stato segretario della Margherita di Sessa Aurunca, ma soprattutto il padrino fu Ciriaco De Mita sul cui eloquio, sportiva e spiritosa, la ragazza ha redatto la tesi di laurea. La Picierno incassa meglio delle colleghe e va avanti spedita a dire che gli incontri elettorali coi giovani sono «una metafora dell’idea di cambiamento». Che è un po’ quello che si coglie davanti a Piera Levi Montalcini, 63 anni, in corsa in Piemonte e nipote di Rita. I noveri dei parenti (Colaninno Jr, Merloni jr, la moglie di Fassino e quella di Bassolino) sono stati proposti un po’ ovunque. Giancarlo Lehner, giornalista e scrittore, voluto in lista da Berlusconi, ha un imperativo: «Basta favorire, a danno di chi merita, figli, mogli, concubine, comparielli, suocere, nipoti, nipotine e cognati. Vaffanculo i parenti!». I quali, naturalmente, stanno anche dalla sua parte. Fallito il tentativo di piazzare una vecchia e bella amica – Katia Noventa – Paolo Berlusconi è riuscito a soddisfare, e per la seconda volta, almeno l’ex moglie, madre dei suoi figli, Mariella Bocciardo. E se Licia Ronzulli non risulta essere la massaggiatrice di Silvio, ma una stimata professionista della fisioterapia, nel Parlamento venturo ci saranno anche Mariella Rizzotti, che si occupa, fra l’altro, delle rughe del capo, ed Elena Centemero, ex insegnate del Berlusconi più giovane, Luigi.

E’ inutile: si risolve tutto in famiglia, nel bene e nel male, e la famiglia oggi più lacerata è quella radicale. Emma Bonino, in tour europeo, non risponde al telefono a Marco Pannella. Il quale continua il suo sciopero della sete – contro la lingua biforcuta di Veltroni e per la pace in Medio oriente – ma nel disinteresse generale e interno. L’altra sera è andato dai so******ti con due simboli: Radicali italiani per Cappato presidente e Lista Bonino per Pannella presidente. Enrico Boselli ha sorriso e ringraziato. Pannella è tornato a casa mogio e ieri, al partito, c’era lo stato maggiore. Erano tutti contro il vecchio babbo radicale, per un partiticidio e parricidio imperfetto

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Dovremmo imparare dalla Spagna

Spagna: non si placa lo scontro PSOE-vescovi

[…] Ieri l’esecutivo spagnolo ha espresso il suo ”malessere” al Vaticano attraverso l’ambasciatore Francisco Vazquez, mentre il segretario organizzativo del Psoe Jose’ Blanco ha dichiarato che il suo partito intende riconsiderare gli accordi sul finanziamento della Chiesa. Dopo la nota dell’episcopato iberico di giovedi’ scorso, in cui si invitavano gli spagnoli a non votare per chi ha negoziato con l’Eta e legalizzato il matrimonio gay, e dopo una prima protesta del ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos, a riattizzare il fuoco ci ha pensato il cardinale di Toledo, Antonio Canizares. ”La Chiesa – ha detto – non metterà mai a tacere la parola di Cristo nonostante i poteri di questo mondo che vorrebbero ridurla al silenzio o limitarla agli spazi sacri”. Il vicepresidente della Conferenza episcopale spagnola (Cee) ha anche sostenuto a proposito delle indicazioni in vista del voto che ”non si trattava di imposizioni ma di esortazioni, fatte in modo non fazioso”. Ma la critica al negoziato con l’Eta, risoltasi in un fallimento e percepita da molti come il punto piu’ debole dell’azione dell’esecutivo so******ta nei suoi quattro anni di governo, nonché obiettivo costante delle critiche del Partito popular (Pp), ha irritato fortemente il Psoe. Già ieri il ministro della Giustizia Mariano Bermejo, aveva avvertito che il governo ”non può restare impassibile davanti a quel che può significare un’entrata (dei vescovi) nell’arena elettorale per mano del Pp”. Va giù duro il segretario di organizzazione so******ta Jose’ Blanco, che si chiede se qualcuno abbia spiegato a Canizares che ”non si deve invocare il nome di Dio invano” e avverte: dopo il 9 marzo ”nulla sarà uguale” nel rapporto fra Stato e Chiesa in Spagna. Blanco ha anticipato ”passi definitivi” verso l’autofinanziamento della Chiesa, e ha detto che ”l’accordo fra Stato e Chiesa deve essere ridiscusso perche’ la gerarchia ecclesiastica lo sta mettendo in discussione ogni giorno cercando il confronto con il legittimo governo della Spagna”. La Chiesa, secondo il responsabile so******ta, ha sempre più difficolta’ nell’autofinanziarsi, ”perché ha sempre meno seguaci” e ”dovrebbe chiedersi perché”. […]

Testo integrale sui RaiNews24

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Nessuno ne parla ma i professori contrari aumentano

I professori che si oppongono al Papa diventano 1500

Parole d’ordine: «laicità» e «diritto al dissenso». Con in dote 1.479 nuove firme raccolte fino a ieri tra docenti, ricercatori e dottorandi di tutti gli atenei italiani. Molti i firmatari celebri: dalla grecista Eva Cantarella al «premio Strega» Alessandro Barbero (storico medievale oltre che narratore), dal filosofo Gianni Vattimo al matematico autore di bestseller Pierluigi Odifreddi, da Luigi Bobbio (figlio di Norberto) fino alla storico Nicola Tranfaglia, dal sociologo Luciano Gallino al giurista Ugo Rescigno. A diciannove giorni di distanza dai clamori suscitati per la mancata visita di Benedetto XVI all’università La Sapienza, ecco che si ricompatta (e cresce) il fronte contrario all’intervento del Pontefice per l’inaugurazione di un anno accademico, inizialmente previsto per il 17 gennaio scorso. «Anche noi cattivi maestri»,
Appello di solidarietà con colleghi (e studenti) della Sapienza di Roma», si legge in testa al documento di cui primi firmatari sono i docenti Angelo d’Orsi (Storia del pensiero politico) e Lucia Delogu (Diritto privato), entrambi dell’università di Torino. E d’Orsi domani alle 11 interverrà nell’aula Calasso della facoltà di Giurisprudenza della Sapienza per una tavola rotonda intitolata «Diritto al dissenso», promossa da «Sinistra critica » e alla quale partecipano anche le due anime della protesta anti-Ratzinger di inizio gennaio: gli studenti dei collettivi (il loro portavoce Giorgio Sestili modera l’incontro) e almeno uno dei 67 scienziati di Fisica firmatari dell’ormai celebre lettera al rettore Renato Guarini, Carlo Cosmelli, che in merito all’appellativo «cattivi maestri», affibbiato dal rettore ai docenti della protesta, disse subito: «Spero che il rettore ritiri questa espressione. Forse non ricorda l’uso che se ne faceva negli anni di piombo». Ed è proprio intorno a questo slogan che ancora oggi si stanno raccogliendo gli oltre mille e quattrocento docenti di università e istituti di eccellenza, firmatari del nuovo documento: «I sottoscritti — si legge nell’appello — esprimono la più ferma e convinta solidarietà ai colleghi sottoposti a un linciaggio morale, intellettuale e persino politico senza precedenti ». «Noi firmatari — prosegue il testo — affermiamo che ci saremmo comportati come i 67 in nome della libertà della ricerca e della scienza. Se essi sono cattivi maestri, ebbene lo siamo anche noi». Sul tema e sull’opportunità di quell’espressione ieri non è voluto tornare il rettore Guarini, che in una nota del primo febbraio ha già fatto una parziale marcia indietro, sostenendo che «era legittimo il diritto di critica da parte dei docenti, così come di alcuni gruppi di studenti». Una lettera del rettore giunta in concomitanza con un documento in cui 41 professori di Matematica gli chiedevano di dare solidarietà ai 67 docenti, e all’indomani di un’altra mozione in difesa della laicità approvata con 233 voti dal consiglio di facoltà di Ingegneria, dove si chiedeva a Guarini di «esprimere pubblicamente » solidarietà ai 67 «per le ignobili accuse di intolleranza» ricevute «per la semplice espressione delle loro opinioni ». […]

Fonte: Corriere 

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L’obiezione di coscienza

”Pillola, il no è fuorilegge”

Medici e farmacisti non possono essere obiettori di coscienza sulla pillola del giorno dopo. Il ministro della Salute Livia Turco preferisce non rilasciare dichiarazioni sull’odissea che le donne sono costrette a vivere per ottenere la pillola del giorno dopo durante i fine-settimana. «Non intendo commentare», spiega.
I medici, invece, i protagonisti di questa vicenda, chiariscono che al massimo esiste la «clausola di coscienza». Se dunque per avere la prescrizione della pillola durante i fine settimana la donna si reca al pronto soccorso e si trova davanti al rifiuto di chi si dichiara obiettore di coscienza ha almeno il diritto di ottenere un collega in grado di fornire nel più breve tempo possibile il farmaco. «L’obiezione – spiega il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, Amedeo Bianco – addotta a giustificazione del rifiuto non esiste sotto il profilo giuridico in altre fattispecie all’infuori dell’aborto o di alcune tecniche di fecondazione assistita».
Che cosa può opporre il medico per spiegare il rifiuto? «Una clausola di coscienza che però non esaurisce i suoi doveri perché i medici devono garantire a tutti i cittadini un uguale accesso ai diritti. Dunque se i medici sono liberi di esprimere in autonomia e indipendenza un rifiuto a prestare una certa attività in scienza e coscienza, allo stesso tempo devono adoperarsi affinché il paziente che richiede quella prestazione possa averne la disponibilità entro i tempi appropriati».
La soluzione secondo il presidente della Fnomceo deve partire dalle direzioni sanitarie: «Dovrebbero fare in modo che certi incidenti non accadano mai, per esempio attivando una rete che garantisca durante tutte le 24 ore il servizio di medici non obiettori».
Ben diversa la posizione dei medici cattolici. Angelo Francesco Filardo, ginecologo obiettore, sottolinea quello che è scritto nella Carta degli Operatori Sanitari del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari: «È atto abortivo anche l’uso di farmaci o mezzi che impediscono l’impianto dell’embrione fecondato o che ne provocano il distacco precoce. Coopera con l’azione abortiva il medico che consapevolmente prescrive o applica tali farmaci o mezzi».
E i farmacisti? Possono rifiutarsi di vendere la pillola del giorno dopo? «Il farmacista non può essere obiettore per legge», spiega Franco Caprino, segretario nazionale di Federfarma. «Il farmacista ha l’obbligo di fornire il prodotto se c’è una ricetta». E allora può fingere di non averlo? «E’ vero che si tratta di un farmaco non molto venduto per cui può succedere che non sia in negozio in quel momento ma ci si attiva e lo si procura in poche ore». Altrimenti? «Altrimenti si può anche denunciare il farmacista», conclude Franco Caprino.
Favorevoli al ricorso alle vie legali anche i radicali. I medici obiettori «vanno denunciati alla Procura della Repubblica» sostiene Massimo Iervolino segretario dell’Associazione Radicali Roma. «L’obiezione di coscienza non è possibile: la pillola del giorno dopo non è un farmaco abortivo poiché agisce inibendo e ritardando l’ovulazione cioè prima della fecondazione». […]
Angelo Francesco Filardo: «Per un cattolico osservante l’uso della pillola del giorno dopo non è meno grave dell’aborto volontario fatto qualche settimana dopo, perché il Magistero della Chiesa insegna che ”La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura”».

Fonte: laStampa 

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